Il Tempo passa ...


26 settembre 2007

La vita è una corsa in bicicletta ...


Questo racconto è stato scritto la notte prima del funerale di mia madre, ai primi del 2004.
Tanto perché, ogni tanto, si viene colti dalla malinconia.


Mi preparo a quanto accadrà stamattina ricordando momenti belli di un mondo che a breve non sarà realmente più.
Sono le emozioni che ricordo di quando ho vissuto con serenità.

Anni fa, andavo d'estate in bicicletta con mio Padre, partendo da
Foglizzo.
Questa ridente località del Canavese era anche il luogo di nascita di mia Madre, nonché il ricettacolo della maggior parte dei miei parenti
da parte sua.

Tale pratica salutistica si svolgeva durante le ferie di mio padre ad
agosto, per un periodo fra i 15 e i 30 giorni all'anno, ogni anno.
Ovviamente, avendo mio Padre un forte spirito di famiglia, abbiamo
passato gli anni della mia infanzia e adolescenza sempre e solo li.
Questo fino ai miei 16 anni.
Poi il mondo cambiò ....

Ricordo la preparazione di queste "spedizioni" ciclistiche alla
scoperta dell'ignoto.
Almeno io così le vivevo fino ai miei 7 anni.

Ci alzavamo verso le 8.00 del mattino. Si faceva una colazione e si
ascoltava lo sceneggiato alla radio.
Era sempre interessante e li non c'era TV !!!
Così mi sono innamorato della radio, unico media che utilizzo regolarmente a oltre trenta anni di distanza.

Dopo colazione, su in bici e via!!!

Esistevano due percorsi di base, uno corto e uno lungo. Si sceglieva per uno o l'altro anche in base ad altre attività vacanziere.

Il giro corto era: Montanaro ( e la sua famosa casa dei fantasmi) - S. Benigno e ritorno a Foglizzo.
Il percorso era poco interessante in quanto tutta pianura. Un piattume
in mezzo a campi grano turco, mediamente.

Qui era la casa dei fantasmi che vedevamo passandoci davanti (li non ho
mai visto fantasmi, ma ho notato spesso strani rifiuti di plastica
cilindrici, ma all'epoca non capivo...).

L'unico interesse era la raccolta delle more selvatiche (EHI! Avevo 9 anni e per quanto precoce sto parlando di frutta e bacche selvatiche... Non capite male!).
Ricordo un estate nella quale abbiamo raccolto più di 5 kg di roba. Tre sacchi e mezzo da supermercato, di quelli grandi!
Quella volta il combattimento valoroso veniva fatto con le formiche rosse strenue bastioni di difesa dei rovi.
Ehmm. Pizzicano e bruciano con acido formico. Non era proprio uno scherzo.

Altra cosa di interesse era che si doveva passare un guado sul torrente Orco che aveva sempre almeno 20 cm acqua viva. Che se lo fai con la macchina ci ridi ma in bici non è uguale.
Poi i boschi di quella zona (dove spesso si andava a pescare) sono ricchi di tafani, schifidi mosconi dei cavalli che pungono dolorosamente. Tutto sommato si faceva poco questo giro perché più noioso.

Il giro lungo (il mio preferito) era: Montalenghe - S.Giorgio - S. Giusto - Foglizzo
Preferivo questo percorso perché per i 7 km previsti per arrivare a Montalenghe in realtà ci si muoveva su un falso piano.

Il risultato era che, svoltando per raggiungere S. Giorgio, ci si trovava
di fronte a quasi 2 km di strada in "forte" discesa dove invece di essere in bici ti pareva di essere in motocicletta (e si andava "veramente" forte ) e avevi 5 minuti di corsa che ti ripagavano di un ora di pedalate!

Di solito arrivati a S. Giorgio si proseguiva direttamente per S.Giusto (a 3 km) dove di regola si faceva almeno una sosta per qualcosa da bere o un gelato.
Se si programmavano spedizioni di pesca nel pomeriggio, si compravano i "gianin" detti cagnotti ovvero le larve di mosca carnaria, leccornia per molte specie ittiche della zona (e disastro ambientale ma vabbe ..... parlo degli anni a cavallo fra la fine dei '70 e gli anni '80).

Poi 6 km di ritorno a Foglizzo.

L'ultimo tratto terminava in una salita che portava a passare il cavalcavia dell'autostrada.
Normalmente la cosa finiva in un pranzo con fame da lupi!

Ricordo, in una volta di tutto quel periodo, un impresa veramente epica. Immaginate di essere in cima ad un cavalcavia. La curva verso destra della discesa è dolce all'inizio ma la pendenza declina rapidamente. Il risultato di questa combinazione di solito è che se vuoi fare una bella discesa in velocità devi imprimere molte pedalate veloci subito per acquisire velocità, ma poi anche se la curva è dolce ti trovi a prendere troppa velocità per via della pendenza.

E ti rovini il divertimento perché "pieghi troppo" e istintivamente freni. E poi devi pedalare, cosa stupida in discesa.

Ero bambino e mio padre usava una bicicletta da donna (come tutti i cittadini ignorava la derisione dei paesani, anche perché non la capiva) dietro vi era un sellino dove stavo io fino a circa i miei 10 anni (forse meno, perché si sa che a 10 anni uno può guidare una bici da solo.... come pensano tutti i bimbi).

Al ritorno del giro lungo in una giornata di sole e vento a favore mio Padre provò l'impresa.

Dovete sapere che dal punto iniziale della discesa sul cavalcavia al portone di casa che una volta ospitava mia nonna ci sono circa 500 metri. Alla fine della discesa dal cavalcavia vi è un lungo rettilineo di almeno 200 metri.
Alla fine di questo una curva secca a destra di 90 gradi e almeno altri 50 metri di rettilineo per arrivare al portone di metallo del cortile della casa coloniale di mia nonna.

Impossibile non pedalare.

Ebbene, che ci crediate o no, quella mattina il sole era benevolo è il vento a favore anche se leggero.

Mio Padre diede un unica pedalata, una follia senza accelerazione, pensai io bimbo dietro di Lui.

Ma la curva dolce accetto l'impulso e gentilmente restituì grazie alla pendenza una bella velocità.
Una gran bella velocità aiutata dal vento!

Ricordo ancora la curva verso destra alla fine del rettilineo dove tutte le nostre speranze si sarebbero infrante, impossibile non frenare nel caso di arrivo di altri mezzi o anche solo per abitudine e prudenza.

Ma no!

Mio Padre non frena, e non arrivano auto.
E li abbiamo fatto il massimo in due! La velocità era bassa ma il vento cambio per pochi secondi e piegammo come se fossimo una moto a rischio di cadere!

Ricordo ancora come ho trattenuto il respiro convinto come ero che saremmo caduti!

E invece no! Il giorno dell'impresa era giunto! Arrivammo di fronte al portone lentissimamente ma la ruota lo tocco!

Eravamo i campioni! Cinquecento metri di discesa libera con una sola pedalata!

Ero felice! Correvo negli ultimi giorni che mi vedevano bimbo, con mio Padre soddisfatto per l'impresa.
Mangiai come un lupo e fui contento per tutto il resto della vacanza.

Ricordo tutto questo ora, a poca distanza dal momento che segnerà la fine di un epoca per me.

In questo momento non ci sono parole ne lacrime a sufficienza. Tutto è andato e rimane solo nella mia memoria.

Queste sono solo poche schegge di quei momenti nei quali sono stato sereno, e, da bimbo, felice.

Quando non sarò, come mio Padre prima e mia Madre ora, niente rimarrà.

Scrivo dell'emozione. Spero che ne rimanga traccia, nel nostro mondo fatto di impermanenza.


Ringrazio it.wikipedia per il link all'immagine all'inizio del post.

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1 commenti:

Sagredo ha detto...

Bello il racconto!
Un tempo pedalavano i sogni ed era bello, ora pedala Prodi ed è meno bello...